Lo ammetto, ai videogiochi ci gioco anch’io.
O meglio, lo facevo quando disponevo di un po’ di tempo in più.
Il mio oscuro passato nerd, che si agita nei miei ricordi come la gioventù peccaminosa di Agostino d’Ippona, fa sovente capolino, ospite inopportuno, nelle mie seriose giornate di prof saggio e pedante.
Ah, che tempi! Ricordo la maestria nella combinazione dei tasti, nel far risultare l’attacco combinato di spada lunga e spada corta, o l’accanimento nel completare tutte le quest secondarie per l’orgoglio di conquistare quella infima armatura – il cui livello avevo già oramai oltrepassato da ore di gioco, ragion per cui la rivendevo per quattro soldi al primo mercato che trovavo – e sapere di non aver lasciato alcun angolo inesplorato di quel mondo.
Certo, alla fin fine la mia natura malvagia e ria era già attiva, benché latente, all’epoca: se non c’era un’ambientazione medievale a far da sfondo, con castelli, boschi intricati e armi bianche (o anche un onesto sbarco in Normandia su Call of Duty) non ero soddisfatto; ero la pecora nera tra i compagni che ostentavano la propria competenza su PES o altri (per me) obbrobri calcistici di tal fatta.
Potrei guardare a questa fase della mia vita con la tenerezza con cui si guarda alle idiozie compiute da giovani – alla mia vetusta età ho acquisito la visione – e aver capito ormai che il tempo dei videogiochi appartiene all’immaturità dell’adolescenza, ma devo essere sincero: una bella giocata me la farei ancora adesso.
Ma come, potrai senz’altro obiettare, caro lettore, ma come? Adesso che sei un uomo – da leggere con l’intonazione di Fiorello che imita La Russa -, che hai famiglia e lavoro, sprechi così il tuo tempo, a far muovere le vicende di una realtà inesistente mentre la vita vera scorre via inesorabile?
Dum loquimur, fugerit invida / aetas, scrisse Orazio; ebbene, se dovessimo davvero trascorrere il nostro tempo impiegandolo al meglio possibile, probabilmente ci converrebbe chiuderci in un sarcofago. Avessimo la possibilità di confrontare la “giusta” modalità che nel corso dei secoli è stata via via proposta per vivere bene l’esistenza, ci troveremmo a non poter fare assolutamente nulla.
Il videogioco sa tanto di serata lorda passata con il pacco di patatine aperto e la stanza in disordine, ipnotizzati di fronte allo schermo dalla grafica iper realistica o da un ritmo di gioco indiavolato e vertiginoso che, rimbambendoci, ci impedisce di staccare gli occhi e ci fa ritrovare alle cinque del mattino frastornati, miserandi e sbigottiti della propria stolidezza.
Le critiche in merito si sono sprecate, nel corso degli anni: abituano i giovani alla violenza, fanno perdere il senso della realtà, sdoganano tabù che nella realtà virtuale vengono infranti con ironica leggerezza e che, in seguito, verranno oltrepassati con medesima insofferenza nella vita reale.
Non v’è dubbio che siano esistiti (ed esistano tuttora) videogiochi dal contenuto pessimo, in grado di offrire violenza gratuita e brutale o intrattenimento di bassissima lega; ricordo, tuttavia, meravigliose ore del mio amato Elder Scrolls: Oblivion passate esplorando le lande selvagge di Cyrodiil armato di spada e truci incantesimi d’elettrocuzione, o di aver sognato – complice una colonna sonora eccezionale – mentre girovagavo nella Firenze nel XV secolo, ricostruita con un qual certo livello di dettaglio, nei panni dell’assassino Ezio Auditore, o ancora mentre abbattevo faticosamente creature difficili da decodificare alla vista – sembravano mucchi poligonali di colori e corni – che infestavano le miniere di metallo magico di Khorinis (ci ho giocato solo io a Gothic? No, vero?). E, tanto per essere chiari: la morte di Jock, nel primo, assoluto, Deus Ex, non l’ho mica digerita ancora.
Sono stati momenti personali, che non ho mai condiviso con nessuno, e di cui ho ricordi lieti e familiari, come quelli che mi sovvengono ripensando alle più dilette pagine dei miei libri preferiti, o alle scene più rappresentative delle pellicole a me più sacre.
Il videogioco porta ancora con sé, in buona parte, lo stigma del passatempo sciocco e infantile – oltreché dannoso -, ma penso che, come tutte le forme d’intrattenimento (e perché no, d’arte) nuove, abbia bisogno di tempo e di lapidazioni formali prima di essere riconosciuto per quello che è: un mezzo potenzialmente forte, affascinante, capace di stimolare la fantasia e tramite il quale si possono intessere storie di qualità e far divertire – magari imparando – chi vi si approccia.
Si rischia di esserne risucchiati, di approdare alle sponde tremende di hikikomori e orrori similari? Senz’altro, lo credo e lo reputo pericoloso.
Ma penso, da lettore incallito – e sono certo che a questa affermazione mi attirerò addosso qualche tentativo di omicidio – che anche una persona che trascorra la sua vita interamente a leggere, rifuggendo le relazioni sociali e la “vita esterna”, mostri un qual certo squilibrio nella gestione del proprio tempo.
Se ci impantanassimo nel circolo tautologico dell’eccesso, penso sarebbe semplice concordare che anche le più nobili attività si corrompono in ossessioni, se praticate smoderatamente; allo stesso modo, possiamo sostenere senza contraddittorio che esistono film beceri, libri cattivi, videogiochi diseducativi.
A noi interessa la possibilità che il videogioco offre di stupire i sensi con paesaggi e mondi assolutamente inesistenti nella dimensione fisica, con i quali possiamo tuttavia interagire e nei quali immergerci, vivendo storie appassionanti e leggendarie ed infrangendo quelle regole civili che separano l’esistenza quotidiana dall’avventura – peraltro, un cavallo non potrò permettermelo neppure in dieci anni d’insegnamento; mi tengo piuttosto quello di Oblivion -.
L’eccesso si palesa per tutto, ma il problema, a quel punto, non riguarda l’oggetto, ma il fruitore.
Ora scusate, ma devo andare a maxxare il mio mezzelfo. F.C.
Ringrazio il gentilissimo Daniel Cuello, che ha concesso l’uso della sua strip per il mio articolo ( www.danielcuello.com )

